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Messa da Requiem (Frate Serafino Marinosci) – Cenni biografici, Introduzione critica, Ristampa anastatica

Meno conosciuta rispetto a La Via Crucis e rispetto a Le ultime sette parole di N.S.G.C sulla croce, ma meritevole di esecuzione al pari di queste, la Messa da Requiem di Frate Serafino Marinosci costituisce una composizione di grande valore storico e musicale.
In questo volume, dopo un’introduzione critico-biografica, Luigi Solidoro ripropone in anastatica un originale a stampa della partitura, da lui posseduto e recante numerose indicazioni agogiche, forse riconducibili al grande direttore d’orchestra Nicola Rescigno.

La pubblicazione è la terza della Collana Musicisti Salentini, dopo le monografie relative a due compositori pugliesi del XIX secolo, Ercole Panico (1835 – 1891) e Gaetano Briganti (1816 – 1885), e non può assolutamente mancare nella biblioteca personale degli studiosi del settore e degli appassionati di musica e di storia locale.

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Serafino Marinosci (1869 – 1919): la Messa da Requiem del frate – musicista

Pubblicato su Il pensiero mediterraneo il 7 novembre 2021

Frate Serafino della Purità di Maria Santissima, al secolo Francesco Marinosci, nacque a Francavilla Fontana (BR) il 17 aprile del 1869 dove, in tenera età, fu avviato allo studio della musica nel Convento di Santa Maria della Croce dai maestri Trisolini per l’organo, Sarago per il violino e Malagnini-Cazzella per la composizione, quest’ultimo noto per essere stato allievo di Gaetano Donizetti. Aderendo inizialmente agli Alcantarini e dal 1897, in seguito alla promulgazione della bolla Felicitate quadam di Papa Leone XIII, all’Ordine dei Frati Minori, trascorse un anno da novizio presso il Convento della Madonna della Grazia in Galatone (LE), trasferito successivamente al San Pasquale in Taranto, poi al San Giacomo in Lecce ed infine al San Pasquale a Chiaia, in Napoli, dove continua i suoi studi musicali con maestri di elevata caratura, quali Camillo De Nardis, Paolo Serrao, Nicola D’Arienzo e Oronzo Mario Scarano. Qui in Napoli si spense il 21 novembre 1919, proprio nel giorno della vigilia della festa di Santa Cecilia, patrona della musica.

La sua produzione artistica fu incentrata sulla musica sacra liturgica, ma si dedicò anche alla composizione di musica salottiera molto in voga in quegli anni, realizzando un numero considerevole di brani strumentali ballabili e musicando una serie di romanze dalla spiccata vena melanconica, sempre di ottima fattura musicale ma oggi poco conosciute. Prediligendo le piccole forme, utilizzò un linguaggio musicale intimista e sentimentale dotato di grande immediatezza, sorprendente per la freschezza e la semplicità compositiva, quasi essenziale e mai banale, e per la capacità di suscitare forti emozioni anche nell’ascoltatore più esigente.

La Messa da Requiem è la messa per i defunti, così chiamata dalla prima parola del suo introito: Requiem aeternam dona eis, Domine, (“L’eterno riposo dona a loro, oh Signore”, ovvero la preghiera d’invocazione per i defunti).
Si articola in nove sezioni: Introito (Requiem), Kyrie, Graduale, Tratto, Sequenza (Dies irae), Offertorio, Sanctus et Benedictus, Agnus Dei, Communio (Lux aeterna). A queste solitamente i compositori nel musicarla hanno aggiunto il Libera me, Domine e In Paradisum che fanno parte dell’Ufficio della sepoltura che, di regola, avviene alla fine della messa.
Nella liturgia eucaristica della Chiesa cattolica, la Messa da Requiem è celebrata come messa esequiale o votiva, in occasione di anniversari e nel giorno del 2 novembre, data in cui la Chiesa commemora tutti i fedeli defunti. Secondo la dottrina cattolica le messe in suffragio dei defunti che si trovano in Purgatorio possono abbreviare la loro permanenza di espiazione, a favore di un più celere passaggio al Paradiso.
La drammaticità di questo testo sacro, nella lunga tradizione che va dal Rinascimento ai giorni nostri, ha ispirato innumerevoli compositori che hanno creato dei capolavori musicali immortali e di altissimo livello.

Lontana dalla complessità architettonica della celebre composizione di W. A. Mozart o dalla monumentalità di quella di G. Verdi, la Messa da Requiem del Marinosci sembra quasi rispettare la regola francescana, adoperando un linguaggio musicale privo di fronzoli ornamentali o di superflui arricchimenti fini a sé stessi, tentando quasi di dare voce a quella povertà e a quell’essenzialismo al quale egli aveva consacrato la sua esistenza. Sono questi, infatti, gli elementi caratterizzanti il mondo sonoro che il nostro frate ci consegna, frutto della sua più intima religiosità unita alla cultura ottenuta dagli studi teologici compiuti. Una musica, la sua, che traspira profonda fede e che, sempre in stretta relazione con il testo, riesce a rivestire ogni singola parola di una solennità quasi sacra, cercando e trovando quel giusto equilibrio tra estro artistico personale e i dettami divulgati dal Cecilianesimo ed esplicitati nel Motu proprio Inter pastoralis officii sollicitudines di Papa Pio X il 22 novembre 1903.

Padre Serafino adottò con convinzione quelle indicazioni nella realizzazione della sua Messa, composta nel 1908 per due voci simili e organo, eliminando dalla sua penna ogni elemento che potesse rimandare al mondo del melodramma operistico che contaminava l’intero repertorio liturgico sacro già dalla seconda metà dell’800, orientandosi verso lo stile gregoriano e la polifonia cinquecentesca.
Abbandonò, dunque, quel lirismo donizettiano o belliniano che caratterizzava la sua celebre Via Crucis  composta nel 1895 (clicca qui per gli spartiti), che gli aveva fatto valicare i confini non solo del suo convento ma anche quelli provinciali e regionali insieme a Le ultime sette parole di N.S.G.C. sulla Croce, approdando perfino nelle rinomate Basiliche partenopee e romane ed ottenendo ovunque lusinghieri consensi da parte di Vescovi, Cardinali e finanche dal Papa in persona, per fare posto ad un nuovo stile compositivo completamente al servizio della Chiesa ma che, allo stesso tempo, riusciva ancora una volta a giungere spedito al cuore dei fedeli oranti poiché ricco di fervente devozione e di quella dose di sentimento che avevano caratterizzato la sua produzione musicale fin dal primo esordio.

Dietro un apparente semplicità della linea melodica, si nasconde infatti una filigrana armonica ricercata che procede in stretto contatto con il significato del testo. Le quattro parti affidate all’organo si muovono in maniera sapiente e oculata, creando continuamente un grande pathos grazie anche all’utilizzo di frequenti cambi di tonalità, non solo ai toni vicini, ma anche a quelli lontani rispetto alla tonalità d’impianto, sperimentando modulazioni inusitate ma che all’orecchio risultano efficaci e ben riuscite, al pari della musica di don Lorenzo Perosi.

Padre Serafino sicuramente compose quest‘opera non come brano da eseguirsi in concerto ma per un uso adeguato alla liturgia e, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la concepì in tonalità maggiore.
In queste pagine, infatti, ritroviamo una musica priva di quella vena melanconica che lo ha sempre contraddistinto, rimandandoci a quell’idea francescana di una morte semplice e discreta, libera dal peso dell’angoscia e dal dolore. Una morte, oseremmo dire, che guarda direttamente al Paradiso. Sono assenti, infatti, quelle ambientazioni cupe o drammaticamente spettrali tipiche di questo genere musicale, mentre prevale un’atmosfera di dolcezza che può essere concepita come un abbandono nelle braccia amorevoli del Padre celeste.

L’attacco iniziale risulta anche privo di qualsiasi preambolo strumentale, mentre l’agogica oscilla dal Lento con molta espressione dell’Agnus Dei all’Agitato del Dies irae, tema melodico, questo, che ritorna nel Rex tremendae, nel Lacrymosa e nel Dies illa del Libera me, Domine con la chiara volontà di voler creare un unicum dell’opera, superando la consuetudine di musicare una serie di brani autonomi ed indipendenti.

Dopo averlo rimandato per più di un anno per vari impedimenti, ho deciso di pubblicare in anastatica un originale a stampa della partitura della Messa da Requiem di Frate Serafino Marinosci, edita nel 1920 dalla casa editrice Raffaele Izzo di Napoli assieme ad altre composizioni dello stesso autore, con la ferma volontà di renderla più facilmente fruibile e di rivalutare, a poco più di cento anni dalla sua scomparsa, la figura di quel frate – musicista che con la sua arte ha segnato profondamente il repertorio sacro, liturgico e tradizionale dell’intero meridione d’Italia di fine ‘800 e dei primi decenni del ‘900.

L’originale a stampa da me posseduto, oltre ad essere contrassegnato con numerose indicazioni agogiche e con segni di espressione tipici di un professionista della musica, reca sul frontespizio la firma Rescigno, un cognome che fa subito balzare alla mente la figura di uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi, Nicola Rescigno, nato a New York nel 1916 e morto a Viterbo nel 2008. Tutti piccoli ma significativi indizi che mi fanno fantasticare sul precedente proprietario dello spartito.

La Messa da Requiem che ripropongo è certamente un’opera di alto valore storico e musicale che apparentemente potrebbe non rispecchiare le esigenze di mercato di una casa editrice odierna ma che, sicuramente, non può mancare nella biblioteca personale degli studiosi del settore e degli appassionati di musica e di storia locale.  

La Marcia Funebre per i funerali di Pio IX (Vincenzo Alemanno)

Breve intervista a Luigi Solidoro e recensione della sua nuova pubblicazione.
Leggi sulla rivista culturale Il Pensiero mediterraneo, 26 marzo 2021.

In occasione del periodo di Quaresima 2021, è uscito nei principali book store internazionali il nuovo lavoro del M° Luigi Solidoro, da tempo attivo nel campo della ricerca storico-musicale.

Si tratta della trascrizione per pianoforte di una Marcia funebre composta dal gallipolino Vincenzo Alemanno, attivo come organista nel XIX secolo nelle principali Chiese di Gallipoli. Una composizione tratta dalla sua Messa di Requiem e composta, su commissione del Rev.mo Capitolo della Città di Gallipoli, per i Solenni Funerali di Papa Pio IX, celebrati nella Chiesa Cattedrale di Sant’Agata, sabato 16 marzo 1878 (quando l’Alemanno era organista contemporaneamente presso la stessa Cattedrale di Sant’Agata, la Chiesa del Carmine e la Chiesa delle Anime). Il documento, di straordinaria importanza per tutti gli studiosi e per tutti gli appassionati delle tradizioni e della musica del Salento, è posseduto in originale dallo stesso Solidoro assieme ad altre composizioni inedite del maestro Alemanno.

L’introduzione storico-musicale del volume, curata dalla dott.ssa Laura De Vita, oltre a descrivere le caratteristiche peculiari formali e stilistiche di questa composizione, svela finalmente anche la data ed il luogo di morte dell’Alemanno, rimasti fino ad oggi sconosciuti.

L’Ufficiale dell’Anagrafe del Comune di Gallipoli non ha potuto mai comunicarmi la data ed il luogo del decesso, rimasti sconosciuti per oltre un secolo. Le difficoltà nel rintracciare questi dati derivavano, da un lato, dall’assenza di annotazione dell’atto di morte sul foglio di nascita del compositore, risalente all’anno 1827 e, dall’altro, dalla totale assenza del nome di Vincenzo Alemanno nei registri dei morti di Gallipoli post 1913. Dopo attente e faticose ricerche condotte autonomamente su tutto il territorio della Provincia, sono riuscita finalmente a ripercorrere le orme dell’Alemanno scoprendo il Comune dove si era trasferito negli ultimi anni di vita e, conseguentemente, anche la data precisa della sua morte” spiega Laura De Vita. Un prezioso tassello che si aggiunge così al già ricco patrimonio artistico-musicale della ridente Kale Polis jonica, i cui abitanti sono intimamente e gelosamente legati alle proprie tradizioni, alla propria storia e alla propria eredità culturale. 

Il volume, edito da Youcanprint nel febbraio 2021, può essere acquistato in tutti i principali bookstore, sia in formato digitale, sia in formato cartaceo.

Luigi Solidoro e Laura De Vita, marito e moglie nella vita, hanno in comune la passione per la ricerca storico musicale, tanto da pubblicare, nel 2019 e nel 2020, due monografie sulla vita e le opere di due importanti compositori: Francesco Luigi Bianco, molto amato per le sue frottole del venerdì dell’Addolorata, ed Ercole Panico, discusso ed acclamato capo fanfara in terra d’Otranto nella seconda metà del XIX secolo. 

La marcia funebre – spiega il maestro Solidoro – è una composizione musicale che fa parte del più ampio genere della marcia, cadenzata sul passo umano e destinata, fin dalle sue origini nel XVII secolo, ad accompagnare i movimenti dei cortei militari. Un genere musicale che è stato poi utilizzato durante il trasporto del feretro per funerali dei reali e dei personaggi illustri e che, dalla prima metà del XIX secolo, ha avuto un notevole incremento, quando a cimentarsi in esso furono i più grandi musicisti del tempo come L. Van Beethoven e F. Chopin. In particolare, la Marcia funebre del terzo movimento della Sonata n. 2 op. 35 in si bemolle minore di Chopin è, ancora oggi, la più eseguita in tutto il mondo: un vero e proprio capolavoro di melodia e di espressività che ha costituito un modello seguito dai compositori successivi che hanno voluto cimentarsi con questo genere musicale”.

Il solitario canto funebre che caratterizza queste composizioni riesce, in maniera unica e senza eguali, a far meditare profondamente gli ascoltatori sul misterioso destino che spetta ad ogni uomo una volta terminata l’esperienza terrena, mettendo in luce lo strazio del distacco e la speranza della pace eterna. Per queste caratteristiche, le marce funebri costituiscono la colonna sonora del periodo quaresimale e, in particolar modo, dei Riti della Settimana Santa, indissolubilmente legati all’antica dominazione spagnola nell’Italia meridionale: “Impossibile oggi pensare al lento e grave incedere dei confratelli incappucciati durante le processioni senza pensare al suono, ora delicato e struggente, ora maestoso e raggelante, delle marce funebri eseguite dalle bande musicali cittadine”, continua il M° Solidoro “In tutto il Meridione d’Italia, i repertori bandistici hanno una base comune, costituta da celeberrime marce come quella di F. Chopin e quella di A. Vella, e una componente variabile, costituita da numerose composizioni di autori locali, sia del passato che contemporanei, che costituiscono un prezioso patrimonio identitario della specifica comunità di riferimento. Un bagaglio di cultura e di tradizione popolare dunque, vera e propria memoria storica di intere generazioni, che occorre custodire e valorizzare, in modo che venga tramandato intatto ai posteri.”

Lo stesso Luigi Solidoro è uno di quegli autori che hanno contribuito ad arricchire la tradizione musicale autoctona, iniziando giovanissimo a comporre marce funebri per la Settimana Santa gallipolina. Già nel lontano 2001 scrive Il pianto della Vergine per la processione del Venerdì Santo organizzata dalla Confraternita di Santa Maria degli Angeli e Mater Desolata per la processione del Sabato Santo, organizzata dalla Confraternita della Purità di Gallipoli. Successivamente, nel 2012 compone la marcia Cristo in croce per la processione dell’Urna realizzata dalla Confraternita del SS. Crocifisso e nel 2016 Presso la croceMarcia e Preghiera per il Venerdì Santo, per solista, coro a due voci miste e banda. Ricordiamo poi i due Oratori Sacri per la settimana santa Il dolore di Maria (2013) e Maria Desolata (2015), il primo su testo dello stesso Luigi Solidoro, il secondo su testo di Don Luciano Solidoro.

G. B.

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