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Il culto dell’Addolorata a Gallipoli

Pubblicato il 26 marzo 2021 sulla rivista culturale Il Pensiero Mediterraneo


È documentato che il particolare culto della Vergine Addolorata ha avuto origine all’inizio dell’XI secolo radicandosi soprattutto a Firenze dove nel 1233 fu fondata la Compagnia di Maria Addolorata, detta anche dei Servi di Maria o dei Serviti, approvata, poi, da Roma nel 1645 con il titolo di Confraternita dei Sette dolori.

Caratterizzata dall’abito nero in memoria del lutto di Maria per la perdita del Figlio, con la celebrazione dei suoi 5 gaudi e dei suoi cinque dolori, diventati poi sette nel 1236, i Serviti, insieme ai Francescani, riuscirono in breve tempo a diffondere, non solo in Italia ma in tutta Europa, il culto all’Addolorata la cui celebrazione, inizialmente, era inserita nella Settimana Santa. Il 9 agosto 1692 Papa Innocenzo XII la posticipò alla terza domenica di settembre, mentre nel 1714 la Sacra Congregazione dei Riti la spostò al venerdì che precede la Domenica delle Palme, con l’approvazione del culto come Celebrazione dei Sette Dolori di Maria. Infine, nel 1750Filippo V di Spagna stabilì per tutto il suo regno che la festa doveva tenersi il 15 di Settembre, data confermata definitivamente da Papa Pio VII il 18 settembre 1814 e successivamente da Papa Pio X nel 1913, non più come Memoria dei Sette Dolori ma come Beata Vergine Maria Addolorata.

Tuttavia, permangono in molte parti d’Italia, come anche a Gallipoli, le celebrazioni nelle date antiche, ossia nel periodo quaresimale. Questo culto ebbe un’incredibile diffusione in tutti gli strati della popolazione e portò in breve tempo all’istituzione di numerose confraternite dedicate a Maria Addolorata e ai Sette dolori della Beata Vergine. Questa forma devozionale, grazie anche al contributo di San Bernardo e Sant’Anselmo, trovò terreno fertile nella composizione delle Laudi popolari medioevali ispirate proprio al pianto della Madonna ai piedi della Croce. Uno dei primi componimenti fu il Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius di autore anonimo.

Strettamente legato al culto dell’Addolorata è da sempre lo Stabat Mater, componimento poetico medioevale in latino che, essendo una Sequenza (ovvero un canto responsoriale), veniva cantato o recitato durante la celebrazione eucaristica prima della proclamazione del Vangelo. La paternità è attribuita generalmente al Beato Jacopone da Todi, ma assegnato anche a San Gregorio MagnoInnocenzo IIIBernardo di Clairvaux e San Bonaventura. Sin dal XIV secolo quest’opera è stata una delle più amate espressioni della devozione religiosa popolare, divenendo l’emblema del culto per la Vergine Addolorata ed è stata utilizzata anche nel rito della Via Crucis e durante la processione del Venerdì Santo. Con la riforma del Concilio di Trento (1545 – 1563), convocato per reagire alla riforma protestante di Martin Lutero, vennero eliminate dalla liturgia quasi tutte le Sequenze, incluso lo Stabat; ma, l’attaccamento popolare a tale componimento, mai dimenticato dai fedeli, portò Benedetto XIII, nel 1727, a reintrodurlo nel Messale.

Dal punto di vista compositivo, il testo è composto da 20 brevi strofe costituite da due versi ottonari e da un verso senario sdrucciolo. Idealmente si può suddividere in due parti: la prima, che comincia con le parole Stabat Mater dolorosa, è una meditazione sulla sofferenza patita da Maria nell’assistere alla Crocifissione del Figlio; la seconda, che inizia con le parole Eja, Mater, fons amoris, è un’invocazione affinché Maria ci renda partecipi al suo dolore e alle pene patite da Gesù, nella speranza di condividere la gioia del Paradiso. La bellezza e l’intensità drammatica del testo hanno portato i più grandi musicisti di tutte le epoche a musicarlo, da A. Scarlatti a G.B. Pergolesi (composizione che gli fu commissionata nel 1736 dalla Confraternita di Santa Maria dei Sette Dolori a Napoli), da A. Vivaldi a F.J. Haydn, a L. Boccherini, A Salieri, G. Paisiello, G. Rossini, S. Mercadante, F. Schubert, G. Verdi, solo per citarne alcuni, creando opere di altissimo livello e ancora oggi, a distanza di secoli, eseguite.

Gallipoli, il culto per l’Addolorata è da sempre curato dall’antica Confraternita della Misericordia (sorta presumibilmente nel primo trentennio del XVI secolo); nel giorno della festa, venerdì che precede la Settimana Santa, dopo la celebrazione eucaristica di mezzogiorno presieduta dal Vescovo della Diocesi, la Confraternita è solita far eseguire lo Stabat Mater musicato per Voci soliste, Coro ed Orchestra dal maestro gallipolino Giovanni Monticchio (1852 – 1931) e che, ancora oggi, è molto caro a tutta la cittadinanza che ne attende l’esecuzione con fervida attesa. In verità, fonti storiche riportano già nel Settecento l’esecuzione a Gallipoli di Frottole sacre, ovvero composizioni strofiche con accompagnamento orchestrale derivanti proprio dalle Laudi medievali. Dai documenti conservati nell’archivio della Confraternita della Misericordia, infatti, emerge che nel 1752 fu eseguita una Frottola composta dal maestro gallipolino Nicola Caputi (1724 – 1794).

Molte sono state le composizioni che si sono alternate nei secoli in questo giorno solenne; nel 1942, infatti, lo storico e memorialista Ettore Vernole (1877 – 1957) scriveva: “Attualmente si conservano e si eseguono le Frottole superstiti alle dispersioni, cioè quelle di Ercole Panìco (1835 – 1891) e del Bianco (1859 – 1920), nonché lo Stabat del Panìco e quello assai gustato del Monticchio (1852 – 1931)”. Parlando dei testi poetici, poi, scriveva ancora: “Per le parti cantate nella Frottola gareggiarono con i versi i più appassionati poeti gallipolini, primi fra tutti i Coppola, anche il giudice Giovan Battista De Tomasi col titolo “Le lagrime dell’Addolorata” (cronache del Patitari, successori, pag. 82) e negli ultimi decenni Alberto Consiglio, la prof.ssa Caterina Coluccia, Don Luigi D’Amato e altri”.

Purtroppo, però, ad oggi sono giunte a noi solo quattro composizioni: “Mira, oh fedel!” di Vincenzo Alemanno (1875) conservata presso l’archivio storico della Confraternita delle Anime del Purgatorio, “Ahi, sventura!” (non è chiaro se del 1884 o del 1886), “L’han confitto!” (1893) e “Una turba di gente” (1899) di Francesco Luigi Bianco, conservate presso l’archivio storico della Confraternita del Monte Carmelo e della Misericordia che ne organizza l’esecuzione annualmente, in alternanza con lo Stabat Mater del Monticchio.
Risulta, quindi, alquanto singolare il fatto che si sia dispersa proprio la composizione del Panico che, secondo il Vernole, era la più gradita al pubblico; infatti, successivamente, parlando di questo musicista, specifica: “Le composizioni musicali di Ercolino furono innumerevoli […] son conservate e ancora desideratissime ed eseguite le composizioni di alcuni Inni a Santi, di un Inno per il Venerdì Santo, e la più bella delle Frottole che ancor oggi si gusta. Questa ultima gli fu chiesta e pagata con molto anticipo […] e fu composta [dal Panìco] in una sola notte”.

A ben vedere, di tale composizione si trova riscontro negli Annali della Confraternita, e precisamente in un verbale riguardante i festeggiamenti per l’Addolorata del 1882, dove, confermando la tesi del Vernole, si legge: “… giunta la processione in Sant’Agata si cantò la Frottola, musica fatta in questo anno dal m° Ercole Panìco, il quale ha ricevuto perciò il pubblico applauso. In tutte le tappe della processione si cantò la Frottola ed il pubblico si accalcava in ogni chiesa per sentire la tanto piacevole musica”. Purtroppo, però, di tale spartito si sono perse le tracce. La speranza di chi scrive è da anni quella di riuscire, prima o poi, a ritrovarlo e a godere di nuovo di tale bellezza.

Luigi Solidoro

Ave Maria per due Solisti, Coro a 4 voci miste (SATB) e accompagnamento d’organo (di Luigi Solidoro)

L’Ave Maria, conosciuta anche come salutatio angelica, è una delle più diffuse preghiere mariane della Chiesa Cattolica Occidentale. Luigi Solidoro musica il famoso testo in latino, elaborando una composizione polifonica per due Solisti e Coro a quattro voci miste del tutto originale, di forte impatto evocativo e dal gusto squisitamente classico.

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La Musica Liturgica oggi tra approssimazione e dilettantismo

Pubblicato sulla rivista culturale Anxanews, n.97 – gennaio/febbraio 2019, pagg. 25-26

Accade molto spesso di partecipate alla Messa domenicale o alla Celebrazione Liturgica in ricorrenza di una festività religiosa e di provare un profondo disagio ascoltando la musica che viene eseguita.

Per dirla con le parole del maestro Riccardo Muti: “ La Chiesa ha determinato la storia della grande musica, e quando in Chiesa si ascoltano quattro strimpellate di chitarra o canti approssimativamente intonati, con parole insipide e senza senso, accompagnati da organisti che non riescono a suonare in maniera “pulita”, credo che sia un insulto! Questa è mancanza di rispetto all’intelligenza delle persone”.

Ma, oltre al maestro Muti, molti illustri musicisti e musicologi hanno finora affrontato questo problema che, come afferma don Antonio Parisi (autore di innumerevoli brani liturgici eseguiti in tutta Italia), vede schierati tradizionalisti contro innovatori, diplomati contro dilettanti, organo contro chitarra, coro e assemblea in perenne conflitto, canto gregoriano e polifonico contro musica popolare, musica “ritmica giovanile” contro musica tradizionale e via di questo passo.

Anche dalle nostre parti questo fenomeno è alquanto rilevante; ci si trova di frequente, infatti, ad assistere ad esecuzioni musicali molto discutibili, che non invitano alla preghiera o alla meditazione, e che sono lontane anni luce dal loro scopo principale che dovrebbe essere quello di parlare al cuore e di innalzare lo spirito dell’ascoltatore verso Dio.

Vengono, sovente, dimenticati quei principi ispiratori dell’autentica bellezza evocati da Papa Benedetto XVI, o, come afferma Mons. Valentino Miserachs Grau: “… si è arrivati ad un’anarchica proliferazione dei più disparati esperimenti musicali che hanno introdotto un cumulo di banalità mutuate dalla musica leggera di consumo o di altri stravaganti prodotti esotici, dimenticando quanto aveva detto Paolo VI, nel 1968, rivolgendosi ai partecipanti del Congresso Nazionale dell’AISC (Associazione Nazionale di Santa Cecilia): Non tutto ciò che è fuori del Tempio è atto a superare la soglia”.

Sicuramente la causa di questa deriva artistica e spirituale è da ricercare nella mancanza di attenzione alla tutela estetica della Musica Liturgica (destinata, cioè, alla Liturgia).

Non si può non rilevare, purtroppo, l’inadeguata preparazione musicale di coloro che spesso vengono individuati quali responsabili dell’animazione musicale della propria comunità, un tempo Maestri di Cappella del calibro di J.S. Bach, G.F. Handel, J. Haydn, G. Donizetti, L. Perosi etc… solo per citarne alcuni.

Nelle realtà parrocchiali ci si trova di fronte, da un lato, a veri e propri dilettanti volontari che, rendendo un servizio prezioso alle loro comunità, eseguono canzonette in stile pop o melodie simili a stornelli; dall’altro, a musicisti diplomati, si, in Conservatorio, ma digiuni delle competenze specifiche che, pur di far vedere le loro abilità sull’organo, eseguono brani della tradizione liturgica “arricchiti”, per così dire, dall’aggiunta di accordi dissonanti, trilli, acciaccature, arpeggi, scale diatoniche, cromatiche ed ogni altro tipo di ornamento del tutto fuori luogo, stilisticamente inadeguato e che denota un cattivo gusto nell’esecutore.

Queste bizzarre scelte musicali portano all’ascolto di un armonioso fracasso che nulla ha in comune con quello che dovrebbe, invece, esaltare lo spirito e rispettare la sacralità del luogo.

La vanità di questi pseudo – musicisti, desiderosi di momenti di notorietà, dovrebbe esercitarsi in altri momenti e non in luoghi sacri; questi, purtroppo, hanno una visione totalmente deforme del compito che gli è affidato, in netto contrasto e totalmente inconciliabile con quello che dovrebbe essere l’Arte della Musica Liturgica.

Anche Papa Giovanni Paolo II affronta il medesimo argomento scrivendo, in data 2 febbraio 1994, a monsignor Domenico Bartolucci (direttore della Cappella Musicale Pontificia) in occasione del quarto centenario della morte del grande Pierluigi da Palestrina: “ Oggi, come ieri, i musicisti, i compositori, i cantori delle Cappelle liturgiche, gli organisti e gli strumentisti di chiesa devono avvertire la necessità di una seria e rigorosa formazione professionale. Soprattutto dovranno essere consapevoli che ogni loro creazione o interpretazione non si sottrae all’esigenza di essere opera ispirata, corretta, attenta alla dignità estetica, sì da trasformarsi in preghiera orante”.

Dello stesso tono, qualche anno dopo, l’affermazione di don Guido Genero: “… gli organisti (e, in genere, i musicisti che suonano nelle celebrazioni liturgiche) si impegnino per una vera formazione liturgica, basata sulla comprensione specialistica dell’azione celebrativa cattolica e delle sue ragioni. E’ evidente che, senza un chiaro riferimento al sentire tipicamente ecclesiale intorno alla liturgia come esperienza religiosa, non sia possibile un esercizio credibile e proficuo di questo ruolo musicale”.

Un altro aspetto molto importante riguarda le forme musicali che dovrebbero adottare i compositori di tale musica. Queste vanno adeguate e pensate secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II (1962-1965), secondo il quale, nel capitolo VI, l’Assemblea orante non deve fungere solo da spettatore, come succede in teatro, ma deve avere la possibilità di interagire con il coro perché parte attiva dell’azione liturgica. Sono bandite, quindi, le figure di quei cantori solisti che si esibiscono, in maniera pedante e a volte anche discutibile, dall’inizio alla fine della liturgia, quasi come in un recital lirico.

A tal proposito, sempre Papa Giovanni Paolo II affermava: “Sono da conservare e promuovere lo studio e la pratica della musica e del canto in quegli ambiti e con quegli strumenti che il Concilio Vaticano II ha indicato come privilegiati: il canto gregoriano, la polifonia sacra e l’organo. Solo cosi la Musica Liturgica potrà assolvere degnamente il suo compito nel contesto della celebrazione dei Sacramenti e, in modo speciale, della Santa Messa”.

Si comprende bene, quindi, l’assoluta insensibilità, etica ma anche religiosa, e la scarsa preparazione che si ritrova, purtroppo, anche nelle produzioni di taluni compositori del nostro tempo che, ignorando la contestualizzazione e la funzione delle loro opere musicali, elaborano composizioni miscelando stili musicali vari, armonie jazzistiche, ritmi di valzer, di tango, atmosfere da film dell’orrore, dettati dal tentativo di fare altro e dalla voglia di essere innovativi. Inoltre, con il galoppante sviluppo della tecnologia e l’avvento di software di scrittura musicale e composizione (dove è il pc a suggerire quali note scrivere sul pentagramma), si è giunti ad una moltitudine di compositori, o sedicenti tali, che, senza l’aiuto di questi programmi tecnologici, mai avrebbero potuto creare un brano musicale. Molta “musica” che si scrive oggi, infatti, ignora, non dico la grammatica musicale, ma perfino l’abbecedario dell’arte musicale. Una degenerazione simile a quella attuale nella storia della musica sacra e liturgica non si è mai verificata. Per meglio comprendere la portata del problema, basta pensare che oggi, grazie a questi ausili informatici, anche chi non è in grado di ascoltare le note che scrive può “diventare compositore”. (A tal proposito, è bene precisare che L.V. Beethoven -1770/1827 – non era sordo; il grande genio di Bonn era affetto da ipoacusia, cioè l’indebolimento graduale dell’apparato uditivo, che lo portò alla sordità totale nel 1820, cioè pochi anni prima della molte. Quindi, per quasi tutta la sua esistenza, anche se in maniera difettosa, il suo udito era funzionante).

Ecco perché oggi ci si trova di fronte a prodotti musicali dove è assente quella sublime concezione, quell’aura di solennità e di sacralità che dovrebbe contraddistinguere la vera Musica Liturgica.

Quando si fanno queste osservazioni ai diretti interessati, si riceve quasi sempre la stessa risposta: “non capite la mia musica” oppure “non avete la giusta preparazione per comprendere la mia arte”.

Niente di più sbagliato! Solitamente dietro queste affermazioni si nascondono solo coloro che non riescono ad assolvere al compito principale dell’arte sacra per eccellenza, quello, cioè, del parlare di Dio e di innalzare verso l’alto lo spirito dell’ascoltatore orante.

Questa voglia di trasgressione delle regole e dei gusti convenzionali porta solo tanta confusione, dimenticando che, anche adottando un tipo di scrittura musicale moderna, una composizione musicale, soprattutto se liturgica o di argomento sacro, deve “in primis” emozionare l’ascoltatore ed essere sempre orientata verso il bello e, quindi, verso Dio.

Luigi Solidoro